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Età Romana

L’arrivo della cultura romana in queste aree è relativamente tardo poiché i Romani, pur avendo iniziato a colonizzare la Pianura Padana dal III sec. a.C., rinunciarono a sottomettere le popolazioni alpine fino al I sec.a.C.: la politica espansionistica romana infatti mirava principalmente ai territori al di là delle Alpi (Britannia e Basso Reno) utilizzando i pochi valichi alpini già resi sicuri dagli attacchi delle popolazioni locali e trascurando dunque quelli delle Alpi centrali. Inoltre il pericolo di subire sconfitte da parte degli indigeni ben esperti del proprio territorio era maggiore rispetto alle risorse economiche che queste zone montuose potevano loro offrire. E’ con Augusto che la sicurezza delle strade diventa essenziale e che anche le zone alpine considerate periferiche vengono occupate in una serie di campagne che si concludono nel 7 a.C..
La civiltà romana penetra dunque in questo territorio già abitato da genti con tradizioni e usanze tanto consolidate da ritrovarne precise tracce anche in età romana avanzata; benché troviamo i Leponzi citati tra altre gentes alpinae devictae nell’iscrizione dell’arco Tropheum Alpium di La Turbie (presso Monaco) del 2 a.C., sembra di poter escludere un’occupazione militare di questi territori anche per l’assenza di strade romane attrezzate come accade invece in altre regioni alpine: si ha dunque un quadro di reciproca compenetrazione favorita dai rapporti commerciali tra i gruppi alpini e i Romani della pianura. Infatti, benché la morfologia del terreno non permettesse coltivazioni su vasta scala di tipo latifondista (tipico dell’agricoltura romana), le risorse naturali di queste zone motivavano l’interesse economico e di conseguenza il commercio tra il Verbano e la pianura: legname resinoso ricercato e raccomandato per le costruzioni (come consiglia Plinio il Vecchio), il prezioso cristallo di rocca o i cristalli in genere per le gemme e i vetri e i granati per la gioielleria.
Dunque la popolazione indigena accetta la romanizzazione senza grandi traumi; la predominanza della cultura romana caratterizza sia l’organizzazione civile sia le espressioni della cultura materiale documentata dai corredi funerari che dimostrano la rapida assimilazione da parte degli autoctoni anche delle forme di ostentazione della ricchezza.
Ma, come spesso succede, accanto agli aspetti esteriori della nuova cultura, si riscontrano delle persistenze della tradizione indigena, ad esempio nell’onomastica e nei riti funerari: in tutta l’area celto-lepontica nella piena romanità permangono infatti nomi di tipo gallico e una prevalenza delle deposizioni funebri a inumazione, tipica delle popolazioni autoctone, anche nel I-II sec. d.C., periodo in cui presso i Romani era più diffuso il rito a incinerazione, ossia la cremazione del corpo e la conseguente raccolta delle ceneri in un’urna deposta sotto terra insieme al corredo.
Anche dai numerosi ritrovamenti archeologici di epoca romana a Baveno (funerari, epigrafici e numismatici) provengono conferme relative a questa convivenza.
Persistenze indigene si possono ritrovare nei nomi di un’epigrafe proveniente da Baveno e conservata a Milano (CIL V 5997):

Q(uintus) COMARIUS SEVERUS
Q(uinto) COMARIO P(ubli) F(ilio) PATRI ET
COBRONIAE SURI FILIAE
MATRI SIBI ET DOMITAE
QV(uinti) FILIAE PUPAE UXORI

L’iscrizione tradotta suona così: “Quintus Comarius Severus (dedica al) padre Quintus Comarius figlio di Publius e alla madre Cobronia figlia di Surius, a sé e alla moglie Domita Pupa figlia di Quintus”. Si ignora cosa Comarius Severus avesse dedicato ai propri familiari (l’iscrizione stessa? qualcosa su cui era apposta l’epigrafe?). La tipologia onomastica, incerta e confusionaria, ci riporta al I sec. d.C.: solo il dedicante ha i tre nomi (praenomen, nomen, cognomen) che denotano l’avvenuta acquisizione della cittadinanza romana; inoltre, pur non specificandolo, si può ritenere che il nostro non fosse un servo in quanto è figlio di un individuo libero (lo si deduce dal fatto che il padre è a sua volta figlio di Publius: nel mondo romano solo le persone di condizione libera -e non servile- potevano definirsi epigraficamente “figlio di qualcuno”). La madre ha solo un nome e dunque non è cittadina romana (le donne romane avevano due nomi) ma è di condizione libera (perché è figlia di Surius): è lei che riporta gli elementi onomastici più interessanti in quanto sia Cobronia sia Surius appartengono all’onomastica celtica. La moglie, possedendo due nomi e il patronimico, è una libera cittadina romana.
L’iscrizione ci propone insomma il quadro di una recente romanizzazione in quanto attesta la presenza di persone ormai in possesso degli usi onomastici romani (elementi spia della romanità acquisita) mentre la generazione precedente è ancora permeata della propria cultura indigena.
La stessa situazione di compenetrazione di due culture é attestata dall’epigrafe inserita nella muratura della facciata della chiesa dei Santi Gervaso e Protaso (a sinistra del portale), in cui compare un personaggio di nome greco servo dell’imperatore Claudio.
Gli oggetti di corredo provenienti dalla necropoli di Baveno (Villa Galtrucco) ci mostrano una popolazione già romanizzata fin dal I sec. d.C.: patere e coppette in terra sigillata, balsamari in vetro, fibule e oggetti d’ornamento accanto al diffuso rito della cremazione (poco usato dalla popolazione indigena) in deposizioni databili al I-II sec.d.C. attestano l’assimilazione di usi propriamente romani.
La presenza di un lacerto di muro di notevoli dimensioni rinvenuto presso le “Fonti di Baveno” potrebbe far pensare a un’importante struttura esistente nel III sec. d.C.; inoltre il rinvenimento presso il Battistero di monete d’oro del IV-V sec.d.C., la scoperta di tegoloni romani nel piazzale della chiesa e lo stesso toponimo Domo riferibile a domus - e dunque a una casa romana di un certo tenore ci propongono il quadro di una fitta frequentazione di Baveno e del suo territorio in epoca romana.

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Suppellettile funebre di una tomba della necropoli di Baveno

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