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I Visconti
Le continue lotte tra i marchesi di Ivrea e le città di Novara e
Vercelli offrirono la possibilità, nel primo trentennio del XII sec.,
alla consorteria dei Visconti di inserirsi in questo tessuto politico-feudale
di vassalli ecclesiastici: Guidone, figlio di Ottone, ottiene l’investitura
dell’abbazia di Massino, enclave dipendente dal monastero transalpino
di S.Gallo. I Visconti, rispetto al più potente casato milanese dei
Torriani, disponevano di uno scarso patrimonio (Invorio Inferiore, Oleggio
Castello, beni in Massino e in qualche altro luogo del Vergante), ma una
lenta e accorta politica di inserimento in questo territorio d’importanza
strategica ed economica per l’espansione milanese e la loro presenza
nella città determinarono la loro fortunata ascesa verso posizioni
di elevato prestigio.
Infatti l’espansione di Milano verso l’Ossola e i paesi transalpini,
iniziata con l’assoggettamento del monastero di Arona e l’acquisizione
dei vasti possedimenti nel Vergante del monastero di S.Donato di Scozola
(fra cui anche la corte di Baveno), mira a rafforzarsi sostituendo le famiglie
comitali legate all’imperatore a casati milanesi o comunque più fidati:
alle soglie del Duecento l’area limitrofa col Cusio e Borgomanerese è in
mano ai Visconti mentre la fascia costiera del Verbano è ormai sotto
un’unica giurisdizione dell’arcivescovo di Milano, con capoluogo
Lesa.
A questo punto Baveno sembra essere dimenticata e, almeno in campo civile,
la sua storia si può accomunare alle vicende generali del Verbano:
infatti solo alcune notizie specifiche del territorio bavenate provengono
da carte aronesi del XIII e XIV secolo. In campo religioso invece le notizie
sulla pieve di Baveno continuano per tutto il Trecento e Quattrocento, e
riguardano soprattutto le cappelle dipendenti e le modalità della
pastorale.
Tornando ai Visconti, la loro ascesa è consolidata nel 1262 con la
nomina di Ottone al soglio della Chiesa ambrosiana: questi, poiché l’opposizione
dei Torriani gli impedisce l’entrata in Milano, si reca ad Arona iniziando
il rafforzamento difensivo del territorio. Ha così inizio una serie
di scontri tra il Verbano e il Lario durati più di dieci anni che
dall’iniziale connotazione politica assume sempre più carattere
religioso.
La vittoria di Ottone del 1277 a Desio determina la definitiva sconfitta
dei Torriani; particolare importanza assume nell’ambito della giurisdizione
arcivescovile la castellanza della Valtravaglia nei cui statuti del 1283
troviamo citato il castello di Feriolo. Questi statuti confermavano ai Visconti
ampi diritti signorili estesi fino all’amministrazione della giustizia,
sia per le cause civili sia per quelle criminali. Nel 1355 infatti Roberto
Visconti, signore della Valtravaglia e presule ambrosiano, gode addirittura
della facoltà di comminare la pena di morte: inoltre infeuda la giurisdizione
temporale dell’arcivescovo milanese a Galeazzo, che nel 1356 risulta
anche ‘dominus generalis et conservator’ con la più ampia
giurisdizione del Vergante e dei relativi territori e vie afferenti.
Risalgono a questi anni i primi trattati commerciali di Milano sia con
il vescovo di Sion, per la strada del Sempione, sia con i signori delle
terre svizzere: la via del Verbano riveste così un’importanza
fondamentale per il commercio internazionale e diventa un nodo vitale di
collegamento, rafforzando sempre più la posizione politica ed economica
dei Visconti. Del 1355 è la conferma dell’ordo pedagii già emanata
nel 1348 da Giovanni Visconti: si tratta di un documento che riporta l’elenco
delle merci e i relativi importi che dovevano venir esatti per il passaggio
attraverso il Vergante via terra e lago, da riscuotere nel castello presso
la riva di Lesa: interessante è notare che il materiale destinato
alla Fabbrica del Duomo di Milano (il pregiato marmo di Candoglia!) era
esente da imposte.
Nel 1356 gli Estensi, i Gonzaga e il Marchese del Monferrato si alleano
contro il casato milanese e il novarese diventa terra di scontro. Il castello
di Feriolo in queste vicende assume un ruolo di primo piano a tal punto
che i consoli del Vergante (ossia del territorio a nord di Lesa, identificabile
con la pieve di Baveno) chiedono, invano, allo stesso Roberto Visconti di
custodirlo. I Visconti, nonostante si vedano costretti ad abbattere alcune
fortificazioni, rimangono i signori incontrastati del Verbano per tutto
il Trecento e agli albori del Quattrocento la loro egemonia sul Verbano è definitivamente
affermata, possedendo ormai l’intera sponda piemontese da Cicognola
a Locarno e la riva lombarda da Magadino a Sesto Calende, compresi ampi
tratti d’entroterra. L’ultimo ventennio del Trecento è un
periodo difficile, caratterizzato da pestilenze e carestie, tanto che lo
stesso Galeazzo Visconti esonera i territori di Lesa e del Vergante dal
pagamento degli oneri ordinari e straordinari.
L’apice del potere viene raggiunto con Gian Galeazzo Visconti che
muore a soli 49 anni nel 1402: gli succedono i figli Filippo Maria e Giovanni
Maria, figure oscure e cattivi governanti. Filippo Maria concede nel 1413,
tra gli altri, il territorio del Vergante ai Visconti locali restituendolo
però dopo soli tre anni all’arcivescovo. Le sempre maggiori
spese di mantenimento degli eserciti e delle corti portano Filippo Maria
Visconti a contrarre debiti per rifornire le casse dello Stato.
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